15 febbraio 2007

#20 - Senza Veli

Il compito di questa settimana recita:
«Scriviti una lettera d'amore bella e lunga»
…d’altronde se non ci pensa nessun altro…


Con te già l’incipit è difficile. Qualsiasi “Caro” o “Carissimo” ti rimanderebbe alla pubblicità della coop; so che penseresti all’ambiguità economica del termine e affermeresti con stizzita perentorietà che “venticinque euro per un signor pompino è un prezzo da svendite per cessazione attività!”

E con questa esplicitazione il problema dell’incipit l’abbiamo superato – bisogna sempre andare al livello metadiscorsivo, vero? Godi nel rendere la vita difficile agli altri o cosa? – ma mi tocca scrivere, a te, una lettera d’amore, e bella per giunta. Scrivere a te che sulla porta avvisi gli incauti pretendenti con un biglietto rosa: “Quel che ancora si chiama “amore” non è altro che il feticismo legato ad una merce particolare: la merce umana”. Furia misantropica e spocchiosa.

No, tu l’amore non lo vuoi. Non sono né le coccole rituali né labbra bollenti sul collo, non sono morsi appassionati sui capezzoli né stare avvinghiati su un letto profumato. So bene che tutto questo è solo l’imprescindibile conditio erotica sine qua non. È per questo che ti amo, per la sensualità elaborata che promani, la sensualità di un quadrato bianco su fondo bianco. Ogni gesto è il frutto di una combinatoria di elementi formali in cui ogni significante è trattato come le parole dalle quali estrai polisemie impreviste, suggestioni insperate, fantasmi. L’amore per te è un gioco linguistico, un esercizio di stile, una favola che attende di essere trasformata in mito. Su questo terreno io stesso – io/te – non sono in grado di vincerti e conquistarti; posso al più strapparti un sorriso compiaciuto.

Questa lettera d’amore sta diventando la lettera di un disperato che si guarda allo specchio con ironia angosciata. Anzi no: sei così perverso da impedire che l’angoscia sopravvenga, che il dramma si svolga, che si arrivi ad una qualche catarsi. Il tuo compiacimento intellettuale deforma la faccia in una maschera sardonica. Il sadico e il masochista s’incontrano e continuano a scambiarsi i ruoli. Vertigine etica e abisso di nefandezze. È per questo che ti amo, perché sei un’inezia moltiplicata e deformata in mille modi, fino ad occupare gli spazi siderali e gli interstizi subatomici. Incontenibile sia nella direzione dell’infinitamente piccolo che verso l’infinitamente grande, manchi di senso della misura. Arrenditi: non sei ancora un mito. Non sei neppure in grado di scriverti una lettera d’amore. Cosa ci vuole a snocciolare enciclopedicamente tutti i tuoi pregi, a esaltarli poeticamente per poi precipitarli abilmente nella monnezza dicendo che ad elogiare e amare i pregi sono bravi tutti ma poi – e citeresti Rilke – è dei difetti che ci s’innamora? Cos’è una lettera d’amore se non ancora una combinazione sapiente di elementi minimi accostati artigianalmente fino a quando non assumono senso dando l’illusione di restituire qualcosa a chi legge? Solo un altro prodotto letterario… No, non è questo che scalderà il tuo cuore.

Se fossi pessimista diresti che esso batte pleonasticamente. L’umorista in te direbbe che no: il cuore batte perché repetita juvant. L’analista osserverebbe che sistole e diastole non sono che un’endiadi. Ma no, le potresti combinare in una simploche, e via retorizzando… È questo il difetto che amo di te, che a discapito di tutti i tuoi giochi di parole non sai dire che quelli sono tutti tentativi di strappartelo via per donarlo a qualcuno. Bisogna essere te stesso per simpatizzare con la tragedia e l’eroismo di questa cosa. È per questo che hai rinunciato all’amore, perché in fondo non sei un comunicatore.

Adesso però per favore non piangere
non farne un dramma patetico
ripetiti
ricordati
che è un dono
che non potresti vivere neppure
se non ci fosse
in te
questa tensione etica a trasformare tutto in un gigantesco scambio di doni
e di cuori
e non pensare a
Mauss LéviStrauss Malinowski Bourdieu
Sanvalentino è stata l’occasione perché ti potessi regalare questa riflessione. Stropicciati un po’ gli occhi, sorridi un po’ meno sardonicamente. Ti amo.

E adesso va’, e continua a cercare il modo di donare questo benedetto cuore. Il mondo ha bisogno di eroi, gli eroi hanno bisogno di un mito che li accolga. Scrivilo.
Dio te ne sarà grato e chissà, potresti anche finirci invischiato in una strana storia. Fra l’altro Dio scopa da dio. Fidati.

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19 gennaio 2007

#17 - Eroismo in Pompa Magna

Il compito di questa settimana recita:

«Se uno dei tuoi eroi venisse da te e ti dicesse: "Insegnami le cose più importanti che sai", tu cosa gli risponderesti?»

Ci ho riflettuto abbastanza a lungo. Dapprima ho tentato una cernita dei migliori adagi popolari, poi ho selezionato motti di spirito e li ho parafrasati, quindi ho preso sul serio i buoni consigli e poi li ho parodiati perché una vera signora non segue i cattivi consigli: li precede, ho persino ipotizzato un decalogo, un manifesto o almeno un programma di governo.

Insoddisfatto, ho interpretato il compito in chiave più accademica, e mi sono messo lì di buona lena a setacciare le nozioni veramente importanti per separarle da quelle di cui si può fare a meno. Ne stava venendo fuori un encomio dei cuscinetti a sfera e del loro ruolo nello sviluppo industriale in età moderna; “poco eroico” mi sono detto.

Dopo alcune ore di meditata ponderazione ho realizzato che non era tanto un’informazione che dovevo dare al mio eroe, né un metodo, né qualcosa che gli mancasse, né l’esempio paradigmatico di qualcosa che so fare davvero molto bene: tutte queste cose lo renderebbero poco eroico ai miei occhi; eppure cosa altro si potrebbe insegnare oltre a nozioni, metodo, pratiche ed esempi? In cosa sono abbastanza maestro da potermi permettere di fare da insegnante? Qui la folgorazione: le cose più importanti che so sono trucchi e segreti del mestiere, che sono la sintesi singolare di nozioni ben apprese, un metodo ben applicato, una pratica ben eseguita e un esempio ben presentato.

Mio caro eroe,

certamente ti sarà capitato di prenderti una sbronza, in vita tua, e vederti costretto a cacciare due dita in bocca per liberare lo stomaco. Così, con pazienza e attenzione, stavi lì a trafficare con la tua epiglottide, a solleticarla per ottenere il vomitevole effetto.

Mi domando poi se tu abbia mai provato, nuotando sott’acqua ad esempio, mentre inseguivi un pesce o cercavi un riccio nascosto tra gli scogli, a superare i limiti della tua apnea e forzare la tua capacità polmonare per un po’ di scuba diving.

Quanto a lungo hai resistito ginocchioni quando d’estate, con i calzoni corti, una panca di legno ruvido ti grattugiava la pelle mentre qualcuno salmodiava il signore è il mio pastore o t’impartiva le avemarie di penitenza? Quanta abnegazione per una fede così incomprensibile ai tuoi occhi?

Tutto il resto, mio caro, è ritmo, è dosaggio e scansione, è empatia, è presentazione e contorno, cose che si apprendono con la pratica quotidiana; non segreti del mestiere ma operazioni di marketing.

Controlla la tua epiglottide dunque, e sii padrone dello stimolo gastrico; respira quando emergi e poi torna al piacevole inseguimento; escludi ogni sensazione di dolore mentre l’animo si volge ad un mistero più alto; esegui tutto come se fosse la marcia trionfale dell’Aida in un assolo alla Scala. Il regista sei tu. Per un buon pompino non serve altro.

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24 ottobre 2006

#4 - Suicidio ottativo

Erano seduti sul muretto di una ringhiera. Lei uno strazio singhiozzante, l’italiano balbettato. Ho pensato che deve essere difficile piangere in lingua straniera. A fianco a lei il suo ragazzo africano, inconsolabile quanto lei, aveva perso il lavoro, era destinato al rimpatrio, la loro storia era finita. Ho assistito al dramma: prendersi cura della badante dell’est? E non ho alzato un dito.
È iniziato tutto così. Non ho iniziato a sprofondare, ho iniziato a decompormi, ero già morto ed essermene reso conto ha portato solo al compimento di atti conseguenti, fino a stanotte.
Non ho retto il peso dell’inaffidabilità delle relazioni che io stesso ho costruito, le ho portate al punto di rottura per poi spezzarmi io stesso. Una crepa e uno crepa. Devo molte scuse, per le promesse non mantenute, per le speranze che qualcun_ ripone in me, per avere lasciato sola qualcun’altra. Chiedo scusa a tutte le Paole della mia vita, alle quali mi lega un affetto che va al di là dei gesti e delle parole e delle distanze. Livio, Orsola e Mimmo capiranno, Sonia e Camillo mi ricorderanno: scusatemi se mi porto via un pezzo dei vostri affetti, e se lo faccio così. Corro a Francesca, Vanessa, Michele e Mario senza i quali l’Olanda sarebbe stata una tortura, penso alle mie amiche Fiorelle e a tutta l’energia che mi hanno dato, penso alle decine di amiche e amici spars_ per l’Italia e l’Europa. Vi chiedo scusa, con la poca umiltà del codardo. Penso alle facce sgomente di tutti coloro che conosco in questa città, quando apprenderanno la notizia, e mi dico che immaginarsi tale sgomento è l’estremo atto ottimista cui ci si possa abbandonare: immaginarsi che ci sia un sacco di gente che ti vuole così bene. A sgomentare non sono io, è l’atto in sé e i secoli di condanna che pesano su di esso. Piuttosto, ci sono tre crimini di cui mi macchio: sottrarmi alle chiamate urgenti di mia cugina, per cui ero l’estrema risorsa; togliere, fosse anche per un solo istante, il sorriso a Linda e Ciccio, perché intristirli consapevolmente è una pura cattiveria e neanche Satana dovrebbe far loro versare una lacrima; fare questo a Marica, il tradimento di Giuda. Se sono disposto a compierli questi tre crimini imperdonabili, allora abbiamo la riprova che sono già morto. Non ci sono scuse, né pentimenti, né punizioni. L’eterogenesi dei fini è l’unica, balbuziente speranza; ormai vox media.

Fabio, grazie.

Sul tavolo della scrivania ci sono i soldi dell’affitto e un anticipo delle bollette. Le bozze del libro sono nel PC, incompiute; non riesco neppure ad attingere all’ironia che la mia prima pubblicazione sia già postuma. Ho lasciato la lista di persone da chiamare perché non credo che leggeranno questo blog. Credo che gli organi si possano donare, ma purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni.

Non cercatemi: è troppo tardi.

E smettetela di mangiarvi le unghie, quel ticchettio vorace è come sentire i ratti che ti sgranocchiano le ossa senza avere la pietà di farti perdere i sensi. Atroce.

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